Quando il welfare parte dai cittadini: laboratori di comunità, associazioni e iniziative per freelance

Laboratori di comunità, associazioni che collaborano con i comuni o che puntano sulla formazione online.

 

di Cristina Maccarrone

Quando si parla di welfare si pensa sempre alle proposte di sostegno e assistenza da parte dello Stato (pensioni, scuole, asili, sussidi vari come il reddito di cittadinanza, ecc.) o tutt’al più a quelle aziende “illuminate” che offrono ai loro dipendenti alcuni servizi come la palestra, i corsi di yoga, la mensa bio o convenzioni per le cure mediche.

Eppure tra il welfare statale e il welfare aziendale c’è un mondo che possiamo definire “intermedio” e che, spesso nascosto, emerge grazie ad attività singolari di comunicazione o perché, a un certo punto evolve nel cosiddetto “welfare di comunità”.

Tre parole con cui si definisce un modello collaborativo e partecipato che vede protagonisti i cittadini per l’appunto, insieme a enti e imprese, per affrontare il problema della conciliazione tra vita privata, famiglia e lavoro.

Ma non sempre le iniziative “dal basso” incontrano soggetti per così dire più “istituzionali”, spesso quello è il passo successivo ma non obbligato di un processo che magari inizia in modo spontaneo e che, solo in un secondo momento, incontra il sostegno che viene “dall’alto”.

 

I protagonisti del welfare dal basso: cittadini informati e attivi

Chi sono dunque i protagonisti di questo tipo di welfare? Gruppi informati di persone che, votati all’idea di una cittadinanza attiva, si propongono l’obiettivo di non starsene con le mani in mano, ma di aiutare in modo concreto il territorio e generare allo stesso tempo dei legami con chi lo abita. Sì, potremmo dire, non a torto, che tale tipo di sostegno rientra tra le iniziative della cosiddetta generatività.

"Gruppi informati di persone che si propongono l’obiettivo di aiutare in modo concreto il territorio".

Quello che ne viene fuori sono dei servizi o delle iniziative, magari non particolarmente complesse, ma che partono da bisogni concreti e reali per dare vita a dei servizi gratuiti o a costo contenuto, a disposizione di tutti.

In Italia gli esempi di questo tipo di welfare sono diversi, legati al contesto in cui nascono ma che, spesso, grazie alla Rete e all’attenzione dei media, riescono a travalicare i confini e a essere anche dei “modelli”.

 

I laboratori di comunità: cosa sono e come funzionano

Tra questi ci sono i laboratori di comunità. È vero: la parola di primo acchito può essere fuorviante o far presupporre qualcosa di più “scientifico” o meramente formativo, e invece ha a che fare con il termine latino “laborare” (lavorare) di cui sposa a pieno l’essenza.

Poca progettualità e tanta pratica per arrivare, per esempio, a dare vita ad azioni di contrasto o soluzioni all’emergenza abitativa, promuovere forme di sharing economy o percorsi di tutoraggio e accompagnamento per famiglie che, a loro volta, ne aiutano delle altre.

Tutte iniziative che esistono all’interno di 48 comuni cremaschi dove, grazie al progetto Farelegami, sono stati attivati 44 laboratori di comunità che hanno coinvolto e coinvolgono fino a 10mila persone.

"dare sostegno e assistenza tramite i servizi e favorire la costruzione di relazioni".

L’idea è che, in questo modo, si riescano a raggiungere luoghi dove nasce il disagio sociale, si possano incontrare le famiglie e le persone in difficoltà. Un movimento dal basso che incontra il favore delle istituzioni e che, grazie al supporto della figura dei community maker, ha visto nascere le varie iniziative che abbiamo elencato prima e altre ancora, tra cui il doposcuola tutti i giorni feriali della settimana – come è successo a Castelverde – con la partecipazione del Comune, della Parrocchia, delle cooperative e tre privati cittadini. Ma anche iniziative più “ludiche”, ma non per questo meno significative: cene unconventional in bianco o corsi di ciclo-officina in cui si invitano a partecipare genitori e figli che, insieme, imparano a creare la propria bici partendo da una vecchia.

Dimostrazione palese di come il concetto di welfare stesso vada inteso in modo più ampio: non solo nel dare sostegno e assistenza tramite i servizi, ma nel favorire la costruzione di relazioni, essenziali per vivere.

empowerment femminile

Donne Intrecci: a sostegno delle libere professioniste nel comune di Rozzano

È nato da un’iniziativa del comune di Rozzano, a un tiro di schioppo di Milano, che sarebbe stata destinata a concludersi, il percorso di empowerment di Donne Intrecci, associazione costituita da 4 cittadine libere professioniste e adesso portata avanti attivamente da Deborah D’Emey, professione counselor ed Elisabetta Tanzi, sarta.

“Anni fa, il comune, attraverso un bando finanziato dalla Regione, aveva dato vita a dei servizi di coaching per dare supporto alle donne nello sviluppare degli approcci imprenditoriali”, racconta Debora che è la presidentessa dell’associazione.

“Si trattava di donne uscite dal mondo del lavoro che, grazie a questa iniziativa, avevano – anzi avevamo perché ne facevo parte anch’io – ottenuto diversi strumenti. Quello che era venuto fuori, al di là delle indicazioni tecniche per sviluppare la propria idea, era l’importanza del supporto emotivo. Il passaggio da dipendente a libero professionista è tutt’altro che semplice. E così dopo quel progetto, durato 6 mesi, io e altre 3 donne che si erano incontrate durante questa iniziativa, abbiamo deciso di costituire un’associazione”.

Il progetto del Comune si chiamava Intrecci e, vista la valenza femminile, si è aggiunta la parola “donne”: da qui Donne Intrecci. Anche questa è un’iniziativa “dal basso”: non fosse stato per loro, si sarebbe tutto esaurito lì: il progetto del Comune era finito, pertanto l’attività conclusa. Invece, la nascita dell’associazione ha portato alla creazione di un “luogo dove le donne possano sostenersi a vicenda e sperimentarsi”, precisa Deborah.

"un luogo dove le donne possano sostenersi a vicenda e sperimentarsi".

La sede è nella Casa dei Diritti di Rozzano, il Comune, che ne ha accolto l’istanza, ne è diventato capofila grazie a un bando finanziato dalla Regione ed è riuscito a “coinvolgere” altri come quello di Basiglio, Corsico e altri.

Empowerment al femminile
In cosa consiste l’empowerment? In un percorso di business coaching più attività di formazione concreta. Rivolte a donne che, vincendo a loro volta un bando, partecipano in modo totalmente gratuito. Iniziativa interessante non solo perché al femminile, ma perché riguarda tutti quei comuni che gravitano intorno a Milano, ma che spesso non riescono a vivere delle occasioni che offre la metropoli.

 

Work Wide Women: pari opportunità grazie alla formazione

Sempre al femminile è Work Wide Women, associazione che si pone un obiettivo simile a quello di Donne Intrecci: creare la vera parità di opportunità – lavorative e non solo – per le donne. Work Wide Women vuole, sia per le donne che per le aziende, creare reciproche occasioni di inclusione, occupazione e accrescimento. Come? Puntando sulla formazione online e sul dare le competenze necessarie per il lavoro di oggi e quello di domani.

Corsi a distanza, ma anche dal vivo – spesso avvengono nella sede di Google Italia a Milano – a costi calmierati, un community trainer a disposizione delle iscritte. Si tratta di un’iniziativa nata da un’idea di Linda Serra e cresciuta negli anni grazie a un network che si è costruito tramite la Rete. La Serra è infatti tra le prima partecipanti al movimento italiano Girl Geek Dinners che, anche fuori dai nostri confini, promuove la diffusione della tecnologia verso le donne per favorirne appunto l’inserimento nei settori tecnologici, troppo spesso al maschile.

freelance

Freelance Network Italia: l’associazione che punta sul welfare dei freelance

Ha come obiettivo quello di promuovere la cultura del libero professionista o freelance – anche se a volte in Italia ha un’accezione negativa – la neonata associazione Freelance Network Italia, presieduta dalla giornalista Barbara Reverberi, e di cui fanno parte diversi professionisti come altri giornalisti e addetti stampa, ma anche commercialisti, avvocati, photo editor, storyteller, grafici, web designer ecc.

In cosa consiste l’attività dell’associazione? In riunioni mensili, pillole formative gratuite, corsi a costo calmierato, strumenti a disposizione di tutti, iniziative varie sul territorio e supporto continuo, dal vivo, ma anche virtuale.

Perché se è vero che cresce il welfare aziendale, è anche vero che da tali iniziative, i liberi professionisti che non hanno un unico datore di lavoro, ne sono esclusi. E questo fa sì che il “gap” aumenti, nonostante la nostra società stia andando sempre più verso la direzione del libero professionista, come rilevato dall’ultimo Rapporto sulle libere professioni: +21% solo in Italia.

E allora se gli strumenti non vengono dall’alto, ecco un’altra bella iniziativa che parte dal basso e da chi questo mondo lo conosce bene. Perché, d’altra parte, chi meglio delle persone che vivono determinate situazioni ogni giorno può conoscere le vere esigenze? Da lì al fornire soluzioni, il passo può essere breve o particolarmente lungo. Quel che conta è che un movimento dal basso, come per l’appunto spesso avviene, venga colto e accolto.

 

 

 

 

 

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