L’economia per vivere bene

La storia di Bepi Tonello

È possibile far uscire dalla povertà un paese e trasformarlo in un esempio di sviluppo sostenibile? A Salinas la gente ce l’ha fatta con il lavoro e il risparmio.

Nato nel 1946 nel trevigiano, Giuseppe Tonello – detto Bepi – è presidente e il più infaticabile animatore di Codesarollo. Partito dall’Italia nel 1970 con una formazione filosofica in tasca e un cammino salesiano alle spalle, è arrivato a Salinas, in Ecuador, e lì ha deciso di restare.

 

Perché sei andato in Ecuador?

Stavo percorrendo il cammino salesiano, e i miei superiori mi hanno chiesto di recarmi in Ecuador come missionario. Ma una volta qui mi sono reso conto che diventare sacerdote non faceva per me. Sono arrivato a Salinas nel 1971: ho trovato un paese di terra e di capanne di paglia a 3600 metri di altezza. Salinas era il paese più povero della provincia più povera dell’Ecuador. La mortalità infantile era altissima, e pochi adulti erano in grado di scrivere e leggere. Sono rimasto qui, e ho cominciato a darmi da fare per creare posti di lavoro e sconfiggere la povertà.

 

Cosa hai fatto per trasformare un paese povero in posto dove si possa vivere bene?

Ho cercato di trasmettere ai poveri l’idea che con il risparmio e il lavoro è possibile uscire dalla povertà. Per prima cosa abbiamo individuato le cause strutturali della povertà: una era la mancanza di organizzazione. Allora abbiamo creato la prima organizzazione: la cassa di risparmio e credito. Attraverso questa struttura economica siamo riusciti ad arrivare alle famiglie, cercando di insegnare l’importanza del risparmio. Con la consapevolezza di poter risparmiare, la gente cambia prospettiva. I risparmi si trasformano in servizi, in incremento di produzione, in opportunità di crescita e di benessere per la comunità.

 

Quale ruolo hanno le banche rurali?

Con la creazione di tante piccole banche comunitarie, cooperative di risparmio e credito, siamo riusciti a raccogliere i risparmi. E sempre tramite le casse rurali eroghiamo ai poveri e alle famiglie piccoli prestiti a condizioni ragionevoli. Così si riescono a fare piccoli ma indispensabili investimenti che cambiano la vita: comprare case, riscattare i terreni, acquistare animali e avviare imprese.

 

Dunque è attraverso il lavoro che si può superare la povertà?

Noi diciamo sempre che sconfigge la povertà chi produce più di quanto consuma. A Salinas abbiamo imparato che i poveri producono ricchezza ma non sono capaci di capitalizzarla a loro favore.

"Salinas è la tenacia di un sogno costruito ad una altitudine proibitiva, che resiste al freddo e al vento per concretizzarsi quotidianamente".

Aggiungere valore alla produzione, valorizzare le materie prime è stata l’intuizione che ha fatto crescere questa terra. Lavorare le risorse naturali ha permesso alla gente di avviare imprese e attività produttive locali. Così abbiamo realizzato il caseificio rurale che dal latte ottiene il formaggio, la filanda che trasforma la lana in filo, la fabbrica che dal cacao produce cioccolato.
Grazie alla gestione comunitaria, i profitti rimangono nel territorio, a disposizione di chi ne ha bisogno. Gli utili prodotti dal caseificio o dalla filanda sono utilizzati per ristrutturare la scuola, per costruire il centro medico, per aiutare gli ammalati a curarsi.
Quando siamo arrivati, i giovani emigravano altrove. Ora i giovani si trasferiscono qui, a Salinas.

 

Cosa vi lega al Credito Cooperativo italiano?

Riusciamo ad erogare i prestiti anche grazie ai fondi raccolti dalle Banche di Credito Cooperativo Italiano attraverso il progetto Microfinanza Campesina. Dal 2002 ad oggi continuiamo a ricevere fondi, e a restituirli.

Dalle BCC non abbiamo solo ricevuto un aiuto economico, abbiamo ricevuto idee: l’idea di unire le forze e fare rete. E abbiamo imparato a fare le cose con qualità. Ma anche noi abbiamo dato qualcosa al Credito Cooperativo italiano: abbiamo ridato il senso delle cose più essenziali, il senso della speranza, del fare bene le piccole cose.

 

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Hai trascorso più di quarant’anni a Salinas: cos’è cambiato dal 1971 ad oggi?

Non c’è solo maggiore lavoro e benessere, anche la mentalità è cambiata. La gente ha acquisito la coscienza di poter risolvere i problemi: non è più rassegnata, sa che la povertà può essere sconfitta.

Il secondo grande cambiamento è l’emergere delle donne: creative, oneste, intelligenti. Prima erano mute, adesso hanno acquistato voce. Partecipano alle riunioni, dicono la loro e sanno che possono trasformare la società.

In questi anni sono cambiate le persone: per fare sviluppo non sono sufficienti il credito e i soldi, servono persone nuove, che prenderanno in mano il processo di cambiamento e lo porteranno avanti con la loro cultura e con la capacità di lavorare con qualità, programmazione e responsabilità.

 

Qual è la soddisfazione più grande di questi anni di lavoro in Ecuador?

La cosa più bella sono le persone che crescono. Vedere persone assumersi la missione di cambiare l’Ecuador è ciò che dà significato ai sacrifici che abbiamo fatto. Siamo riusciti ad insegnare alla gente di questo paese che con il risparmio e il lavoro si sviluppa il territorio, ma i contadini hanno insegnato a me che l’obbiettivo principale dello sviluppo è volerci bene, essere felici e vivere in pace.

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